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“Noi vogliamo essere musica”: il monologo di Rula Jebreal commuove la platea di Sanremo

Il giorno dopo la prima serata di Sanremo. Si parla delle canzoni. Si parla di Amadeus. Degli abiti indossati dalle meravigliose e “bellissime” co-conduttrici. O forse no. É difficile farlo dopo aver assistito ad un momento tanto intenso come lo è stato il monologo di Rula Jebreal, la giornalista palestinese che, da tanti anni, si batte per i diritti umani e per i diritti delle donne. Certo, lei lo era bellissima ed elegante. Ma non è questo quello che rimarrà impresso per il pubblico che ieri è rimasto incollato alla sedia di fronte al palco dell’Ariston. Quello che resterà sono le sue parole, interrotte dalle parole della musica e da quelle lacrime di commozione che non ha cercato di soffocare neppure per un momento.
“Lei aveva la biancheria intima quella sera? Si ricorda di aver cercato su internet un anticoncezionale quella mattina? Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans? Se le donne non vogliono essere stuprate devono smetterla di vestirsi da poco di buono. Queste sono alcune delle domande rivolte alle vittime di violenza sessuale nelle aule di tribunale. Noi donne non siamo mai innocenti. Non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi o troppo presto. Perché siamo tropo belle e persino troppo brutte”.
S’interrompe, Rula Jebreal. Per citare alcune frasi tratte da La Cura di Battiato.
“Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. E ogni sera, prima di dormire, celebravamo le favole di figlie sfortunate che il sonno lo toglievano. Ci raccontavamo delle nostre madri, spesso stuprate, torturate e uccise. Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere alle parole e non ai fucili. Soprattutto e anche per le donne. Ma poi ci sono i numeri, in italia, in questo Paese magnifico che mi ha accolto, i numeri sono spietati Negli ultimi tre anni sono 3milioni e 150mila le donne che hanno subito abusi nel posto di lavoro. Negli ultimi due, una ogni 15 minuti. E ogni tre giorni é stata uccisa una donna. Solo nella scorsa settimana sono state uccise sei donne, E nell’80% dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice. Ha le chiavi di casa”.
Partono le strofe della Donna Cannone.
Mia madre ha percorso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni . Si è suicidata, dandosi fuoco. Il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato ad annerirle i vestiti quando ancora era un’ adolescente Mia madre Nadia fu brutalizzata due volte. E l’uomo che l’ha violentata per anni aveva le chiavi di casa”.
Eccole le strofe di Sally di Vasco Rossi che tuonano forti al di là del palco. Al di là dell’Ariston.
“Quante volte noi donne siamo state Sally? Mentre vi parlo c’è una donna che cammina per strada schiacciata dal senso di colpa. senza avere nessuna colpa. Voi non avete nessuna colpa.
Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo nel 1973, l’anno in cui sono nata io, cercò salvezza nella musica “Devo stare calma, mi attacco ai rumore della città ale parole delle canzoni. Recitava nel suo potente monologo lo stupro.
Le canzoni che ho citato stasera sono tutte scritte da uomini. Tutte. Dunque vedete? É possibile trovare le parole giuste, è possibile raccontare l’amore e il rispetto, l’affetto e la cura. E questo è il momento in cui quelle parole debbono divenire realtà. Il momento per cui quelle parole non siano solo cantate, ma siano finalmente vissute ogni giorno. Per farlo dobbiamo lottare, urlare da ogni palco, anche quando ci diranno che non è opportuno. Io sono diventata la donna che sono per mia madre e grazie a mia figlia. Lo devo a loro. Lo dobbiamo a tutte noi. Lo dobbiamo a una madre, a una sorella, a una collega, ad una vicina. E anche agli uomini per bene. All’idea stessa di uguaglianza, quella della libertà.
Adesso parlo agli uomini. Lasciateci essere quello che siamo e quello che vogliamo. Madri di 10 figli. O madri di nessuno. Casalinghe o in carriera. Siete i nostri complici, i nostri compagni: indignatevi insieme a noi quando qualcuno chiede “lei cosa ha fatto per meritare quello che le e accaduto?”
Ad Ivano Fossati e alla sua C’è tempo spetta concludere il racconto in rime e in strofe,
“Sono stata scelta stasera per celebre la musica e le donne. Ma sono qui per parlare delle cose di cui è necessario parlare. Certo, ho messo il miglior vestito, ma in fondo il senso di tutto ciò è nelle parole e nelle domande giuste. Domani chiedetevi come erano vestite le conduttrici di Sanremo. Chiedetevi pure come era vestita la Jebreal. Ma che non si chieda mai più ad una donna che è stata stuprata come era vestita lei quella notte. Che non si chieda mai più.
Mi madre Nadia ha avuto paura di quella domanda e cosi tante donne. Noi non vogliamo più avere paura. Non vogliamo più essere vittime, orfane, un accessorio o una quota. Io lo devo mia madre Nadia. Lo dobbiamo a tutte noi e lo devo a me stessa. Lo dobbiamo a quelle bambine qua e là . Perché nessuno può permettersi di toglierci il diritto di addormentarci con una favolo. Noi donne vogliamo essere libere nello spazio e nel tempo. Vogliamo essere silenzio e rumore. Vogliamo essere proprio quello che si celebra stasera: vogliamo essere musica.”

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